Francesco Bonaddio: «A Tirana ho scoperto una luce nuova»

 Il viaggio di Francesco Bonaddio coordinatore e guida del Gruppo Unitalsi del Reventino tra fede e radici arbëreshë. Dall’incontro con un mendicante alla bandiera albanese raccolta tra i detriti di piazza Scanderbeg, il racconto di un calabrese che ritrova nella solidarietà e nella fede il legame profondo con la propria terra d’origine.

 Un viaggio segnato dalla sofferenza fisica, dalla tensione respirata nelle strade e da due gesti dal profondo significato umano e spirituale. È l’esperienza vissuta da Francesco Bonaddio, calabrese, durante la sua visita nella capitale albanese. Davanti alla Chiesa del Sacro Cuore di Gesù, Bonaddio ha incontrato un anziano mendicante sordomuto, fermandosi per offrirgli aiuto e un sorriso. Un gesto semplice, diventato per lui un momento di intensa spiritualità. 


«Ho incontrato Gesù. Non dentro la chiesa. Fuori. Nel volto dell’ultimo», racconta, riconoscendo in quell’uomo il valore dell’accoglienza e della solidarietà verso chi vive ai margini. All’interno della chiesa, il pensiero è andato alla Madonna di Scutari, Zoja e Shkodrës, simbolo della devozione albanese e figura cara anche alle comunità arbëreshë della Calabria, che da cinque secoli custodiscono lingua, cultura e tradizioni dei propri antenati. Un altro momento significativo si è verificato in piazza Scanderbeg, dove Bonaddio ha trovato una bandiera albanese abbandonata nel fango, tra i detriti. Si è chinato per raccoglierla, ripulirla e metterla al sicuro. «Io sono calabrese. Sono arbëreshë. Il sangue albanese ce l’ho nelle vene da cinque secoli», afferma, sottolineando il valore di un simbolo che rappresenta la memoria di un popolo e il legame tra chi è rimasto in Albania e chi ha trovato casa in Calabria.Due episodi diversi, un unico messaggio: la vicinanza agli ultimi e il rispetto per le proprie radici. Francesco Bonaddio, punto di riferimento e  volontario Unitasi del Reventino e persona vicina al mondo del volontariato da anni, ha voluto portare a Tirana un abbraccio ideale delle comunità arbëreshë calabresi, ricordando che la distanza e il tempo non cancellano l'appartenenza. Rientrato a Soveria Mannelli con il dolore ancora presente, ma con l’animo più leggero, porta con sé una convinzione maturata durante il viaggio: a volte, per ritrovare le proprie radici, basta riconoscere il valore di chi il mondo tende a dimenticare. Una bella storia che era bello raccontare




Tags:

#buttons=(Ok, Go it!) #days=(20)

Our website uses cookies to enhance your experience. Check Now
Ok, Go it!